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Il Rinascimento da Firenze a Parigi. Andata e ritorno

settembre 25, 2013 • Arte e Poesia, z in evidenza

drago-PAOLOUCCELLO

“Lei è ritrovata. Che cosa? L’eternità”. (Rimbaud)

Provenendo dalla tortuosa e pittoresca Costa San Giorgio, sotto Piazzale Michelangelo, a Firenze, ed entrando nell’andito stretto ed angusto che funge da ingresso alla villa, ci si ritrova quasi in sordina all’interno della dimora che fu del famoso antiquario Stefano Bardini, che la acquistò nel 1913, e da cui oggi prende il nome. Costruita nella prima metà del Seicento, e poi passata di mano in mano con alterne vicende nel periodo ottocentesco, al momento della morte senza eredi del figlio dell’ultimo illustre committente divenne definitivamente proprietà del Comune, che la adibì a centro espositivo.

L’ingresso sobrio e raccolto non fa presagire la magnificenza e la spettacolarità emozionante della veduta sul giardino all’inglese antistante, quasi confinante con il meraviglioso Giardino di Boboli e, soprattutto, dello scorcio su Firenze, impatto a centottanta gradi sospeso verso il cielo…

All’interno della splendida Villa Bardini in questi giorni, a partire dal 6 settembre fino al 31 dicembre 2013, si avvera un sogno: il ritorno, ahimè, solo temporaneo, nei luoghi che furono il quartier generale del più famoso mercante d’arte di quei tempi, di alcune opere da lui stesso vendute ai grandi e facoltosi collezionisti europei amanti del bello.

In quell’epoca post unitaria, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, la mancanza di leggi che regolassero la fuoriuscita dal nostro paese del patrimonio artistico (le prime furono varate solo nel 1902), favorì l’attivissima esportazione di opere provenienti da ogni parte d’Italia, e la conseguente nascita del mito dell’arte rinascimentale fiorentina nel gusto della colta borghesia europea.

In questo contesto si inserirono le figure e l’epopea di alcuni abili e fornitissimi mercanti-agenti di oggetti d’arte antica (che spesso, attraverso reti di collaboratori e conoscenti, si occupavano delle svendite immobiliari per decadimento economico delle famiglie aristocratiche), tra i quali spicca appunto il Bardini, ex volontario nel Reggimento dei garibaldini già convertito all’arte in virtù dei suoi studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze, e addentrato nel mondo dell’antiquariato grazie ai suoi contatti con i più famosi esponenti europei del settore.

Il suo raffinato e particolare gusto, che evoca un preciso “modello fiorentino” nel quale si potrebbe arrivare ad identificare addirittura l’archetipo di una linea museologica, non tardò a conquistare la fiducia di due facoltosi coniugi francesi, colti, innamorati e lungimiranti, appassionati entrambi della creatività italiana e dei maestri del Rinascimento, Nélie Jacquemart, pittrice e ritrattista di modeste origini, e Edouard Andrè, erede di una famiglia di banchieri dell’aristocrazia imperiale, nonché amico e compagno d’armi di Napoleone III.

Edouard voleva un dipinto da Nélie: i due si conobbero in quell’occasione e si sposarono subito dopo.

Presto il sontuoso palazzo di loro proprietà situato in Boulevard Haussmann, a Parigi, nell’ottavo arrondissement, divenne un vero e proprio “hotel particulier”, una residenza privata studiata non soltanto per essere abitata o vissuta, ma destinata al gusto estetico dei due collezionisti, nel quale pittura, scultura ed arti decorative si fondevano creando accostamenti inediti fin nei minimi particolari dell’arredo e della stessa impostazione architettonica esterna ed interna (ricordiamo la facciata rialzata rispetto al piano stradale e lo scalone interno a doppia elica, soluzioni particolarmente affascinanti ed originali).

Nella loro dimora, Nélie ed Edouard costituirono un vero e proprio “Musée italien”, individuando nel gusto di Bardini l’interlocutore ideale per indirizzarne la sensibilità estetica. Rimasta vedova nel 1894, e sempre più influenzata dai consigli dell’abile mercante italiano, Nélie continuò a frequentare Firenze e a dedicarsi al collezionismo, fino alla sua morte, avvenuta nel 1912, quando trasmise per volontà testamentaria all’Institut de France il suo patrimonio, con l’espresso vincolo di farne un museo pubblico accessibile a tutti.

Un anno dopo, nel 1913 (lo stesso, per una misteriosa coincidenza, in cui Stefano Bardini acquistava a Firenze la villa che porta il suo nome), il Musée Jacquemart-Andrè a Parigi era realtà, e proprio quest’anno festeggia il suo centenario. Con il ritorno in città della maggior parte delle opere rinascimentali fiorentine, quasi per una sorta di nemesi storica predisposta “ad arte”, il cerchio magicamente si richiude.

Un’atmosfera quasi magica, in effetti, pervade oggi il visitatore che si addentra tra gli ampi saloni di Villa Bardini, adorni di eleganti stucchi ed appartati corridoi, permettendoci di entrare in una dimensione rinascimentale allo stesso tempo sacra e profana, mentre, proveniente dall’esterno e filtrato attraverso le numerose finestre, si staglia un panorama mozzafiato che urla tutta la sua bellezza.

Nella prima sala spicca il “Ritratto di donna di profilo”, una tempera su tavola del 1460 ca.,di Giovanni di ser Giovanni detto Scheggia (fratello del grande Masaccio), opera individuata come icona della mostra. Si riscontra qui una volumetria maggiore rispetto alla pittura dell’Umanesimo, donata alla tela da artifizi stilistici e di colore quali le evidenti sfumature rosee delle guance, ed una purezza di linee che non a caso fecero attribuire il dipinto a Piero della Francesca. Successivamente polarizza l’attenzione uno dei capolavori del museo Jacquemart-André, il meraviglioso “San Giorgio e il drago” di Paolo Uccello (1439-1440 ca.), opera ricca di suggestive evocazioni favolistiche, dove il senso della prospettiva non è per ora ben definito, trattandosi ancora di tecnica da “segreto di bottega”. Colpisce la vivacità dei colori, soprattutto quella dell’”arancio-magenta” dei finimenti del cavallo di San Giorgio, veramente magnifico e svettante. Nella terza sala dell’esposizione, un tributo particolare a Sandro Botticelli, rappresentato da eleganti “Madonne col Bambino” e dall’equilibrata dinamicità de “La fuga in Egitto”(1510).

Nella quarta sala incontriamo un capolavoro assoluto della mostra, per abilità stilistica, spessore psicologico dei volti, impatto emotivo che investe il visitatore: l’”Hecce homo” di Andrea Mantegna (1500 ca.), sublime quadro nello stesso tempo affascinante ed inquietante, dove la sofferenza del Cristo è espressa in tutta la sua drammaticità nella tipica prospettiva a mezzo busto del Maestro, ed i volti degli Ebrei al suo fianco, con il loro ghigno sdentato, esprimono un’inquietudine che fa da contraltare alla dolorosa armonia centrale.

Infine è da segnalare, tra le opere che maggiormente colpiscono, un capolavoro di Francesco Salviati, “Il suonatore di liuto”, intriso di sognante eleganza, in cui si scorge un manierismo serpeggiante rappresentato da una già buona prospettiva e dalle tonalità di colori acidi.

Nelle sale eleganti, semplici e raccolte, sembra aleggiare il gusto e quell’amore per l’arte che spinse i due coniugi francesi a circondarsi di tale splendore e ricercatezza.

Il sorriso sensibile di Nélie Jacquemart campeggia nel suo autoritratto esposto in uno dei corridoi. Il suo sguardo dolce rivolto all’animo dell’ignoto ammiratore sembra dire, in perfetto accordo con il pensiero del marito tanto amato:”Si condivida l’arte, perché l’espressione creativa da sempre ha animato il progredire del pensiero universale e la fratellanza fra i popoli”.

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