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Bangladesh paralizzato, sciopero per il diritto al salario minimo

settembre 24, 2013 • Mondo, z in evidenza

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 Di Dario Cataldo

Tra le più grandi mortificazioni che un uomo possa subire, indubbiamente occupa un posto rilevante la negazione del compenso per il suo operato. Il diritto a percepire una paga dignitosa e in proporzione al lavoro svolto è stata, è e sarà una costante della nostra storia. Da che mondo è mondo, lo sfruttamento del prossimo è alla base del sistema feudale prima e del capitalismo dopo. Una piaga incancrenita e mai più sanata. L’ultimo baluardo di un’economia globalizzata, che dei soprusi fa il proprio caposaldo. Il Bangladesh in questi giorni sta conoscendo i risvolti di questa logica scellerata. Dopo l’inarrivabile Cina, è il secondo paese al mondo per esportazione di vestiti, a testimonianza di un’industria tessile che rappresenta il 10% del Prodotto Interno Lordo nazionale. Con oltre 4.500 fabbriche, sono più di 2 milioni i cittadini impegnati nel settore manifatturiero, più della metà donne. Ma a questi numeri, si associa una dura realtà: salari da fame che rasentano il ridicolo. Attualmente, il compenso mensile per l’attività lavorativa media è pari a 3 mila Taka, ovvero 28 euro. Come garantire una vita decorosa con uno stipendio che non permette di accedere ai primari bisogni di ognuno? Una giovane Operaia, Salma Begum dichiara che con il denaro guadagnato in un mese di lavoro “non posso mantenere la mia famiglia, né comprare le medicine per mia madre, che è ammalata”. Nei giorni che accompagnano lo sciopero in Bangladesh, sapete cosa chiedono gli operai? Il diritto ad un salario minimo pari a 8 mila Taka, ovvero 76 euro. Nell’avveniristico occidente, in cui – come recitano molti spot pubblicitari – i sogni diventano realtà, cosa potremmo acquistare con la confortante cifra di 76 euro al mese? Di certo non il diritto alla sopravvivenza. Di questo, i grandi baluardi della Democrazia nel mondo, coloro che in nome del bene comune sarebbero pronti a scatenare la terza guerra mondiale, cosa fanno? Sono pronti a intervenire affinché sia garantito il salario minimo, ben oltre quello chiesto dai dissidenti del Bangladesh? Di certo “No”, perché non c’è interesse a cambiare lo status quo della politica locale. Non c’è nessun interesse affinché ai lavoratori sia garantita la dignità della vita. Coincidenza vuole che, tra i capi di abbigliamento trovati nella nota fabbrica Tazreen Fashion, coinvolta nel rogo dello scorso autunno, decine di migliaia di abiti di noti brand occidentali siano stati trovati insieme ai corpi carbonizzati.

Il bollettino della catastrofe recitava che, insieme ai 112 operai morti nel rogo della Tazreen Fashion, in Bangladesh, il 24 novembre scorso numerose magliette con i personaggi Disney, maglioni della francese Teddy Smith e prodotti sartoriali della scozzese Edinburgh Woollen Mill, sono stati rinvenuti tra le macerie. Nette le prese di posizione dei colossi occidentali, i quali hanno puntualizzato che “da oltre un anno avevano rescisso i contratti con l’azienda bengalese, perché questa non rispettava gli standard di sicurezza internazionali”. Perché dunque tale mole di vestiti da esportazione tra i resti dello stabile incendiato? Dalle indagini è stato facile riconoscere capi venduti da Wall-mart, “il colosso statunitense e terzo rivenditore al mondo”. Chiarire le dinamiche che sottendono al tragico evento non è forse un obbligo verso chi ha perso la vita all’interno di un edificio di otto piani, con vie di fuga praticamente inesistenti, nessuna norma di sicurezza e, per giunta, con le grate alle finestre? Interrogativi del genere, sono presenti nelle agende dei bellicosi baluardi della Democrazia? Qualcuno potrebbe obiettare che il crollo della fabbrica asiatica è stato un caso sporadico, isolato, una tragica coincidenza del fato. Ai pochi – si spera – scettici, altra pillola della memoria: il crollo del Rana Plaza avvenuto il 24 Aprile, a 30 Km da Dhaka, la capitale e più popolosa città del Bangladesh. In una zona industriale con un alto tasso di popolazione impegnata nel settore tessile, costretta a lavorare per più di 12 ore al giorno, senza diritto a ferie o malattia, si è consumato un altro dramma figlio delle angherie del capitalismo imperante: in uno stabilimento che conteneva 3 mila individui, 2 mila sono stati salvati, 600 sono i cadaveri certi, gli altri giudicati dispersi. Quante altre migliaia di persone devono soccombere a logiche dittatoriali? Forti delle loro motivazioni, gli scioperanti scesi in piazza non hanno timore, non più. Viabilità paralizzata, industrie in ginocchio, una Nazione che affamata e disperata, chiede ciò che gli spetta di diritto. Un coro unanime campeggia tra le fila dei manifestanti: “solo facendo sentire la nostra voce potremo cambiare qualcosa”. Una frase di Paolo Borsellino riecheggia nelle orecchie dello scrivente: “A fine mese, quando ricevo lo stipendio, faccio l’esame di coscienza e mi chiedo se me lo sono guadagnato”. Quanti dei privilegiati, degli esponenti della classe dirigenziale, della “Casta” – usando una parola di notevole attualità – potrebbero rispondere con coscienza alla riflessione di un grande uomo prima che un grande magistrato? Il Pontefice della Chiesa Cattolica, Papa Francesco, durante il suo ultimo viaggio a Cagliari, tra detenuti, operai e malati ha dichiarato: “Lottiamo insieme contro l’idolo denaro, rimettiamo al centro uomo e donna, in questo sistema senza etica che idolatra i soldi”. Sta proprio qui il punto nevralgico della questione: il moderno e prospero occidente è disposto ad intervenire affinché eventi come la lotta al salario minimo nel Bangladesh, piuttosto che in altri luoghi dimenticati dallo Stato di Diritto, siano un lontano ricordo? La storia insegna che fino a quanto ci sarà qualcosa o qualcuno da sfruttare, là c’è guadagno. Poco importa se ciò arreca sofferenza e privazione.

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