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Democrazia-uguaglianza-laicita’

settembre 13, 2013 • Cultura e Società, z in evidenza

 

razzismo-fascista

 

Di Giovanna Cambiano

E’ necessario e certamente utile fare una riflessione su quanto sta avvenendo nel nostro paese, i provvedimenti e gli atti di razzismo nei confronti degli immigrati e della ministra Kienge, rendono necessaria una battaglia culturale contro l’assurda pretesa di criminalizzare l’individuo in forza della sua “identità”. Gravi responsabilità ha chi ha creato negli ultimi anni un clima di isteria securitaria, un clima di intolleranza di una gravità inaudita, alimentato peraltro da una informazione drogata. Quelli a cui assistiamo sono atti che ledono il principio fondamentale di qualsiasi democrazia, che viene aggredita sul piano giuridico, sul piano sostanziale (oltre a quello formale) della nostra costituzione, che è l’uguaglianza nei diritti, attraverso la criminalizzazione di una identità, quella di clandestino.

Partiamo dalla considerazione che l’Italia è stato il primo paese (escluso l’esperimento austriaco del 20) ad introdurre una costituzione “rigida” che è una serie di “mai più” al potere politico; considerato che si riscontrano anomalie del sistema, lesioni come il conflitto di interesse, la concentrazione di potere politico, il potere mediatico in capo ad una medesima persona e un medesimo gruppo, il culto del capo, l’onnipotenza della maggioranza, secondo cui la maggioranza può fare quello che vuole.

Anche le maggioranze dei regimi precedenti la costituzione avevano goduto di ampio consenso, non è così che si garantisce la qualità di un sistema politico, anche la maggioranza come la storia ci insegna, può distruggere la democrazia. Esemplare è a questo proposito ciò che è successo in Italia e in Germania con la vittoria alle elezioni di partiti che poi hanno distrutto la democrazia.

Le costituzioni si configurano in limiti e vincoli al potere della maggioranza sono patti di convivenza che definiscono ciò che è lecito e ciò che non è lecito decidere, quale che sia la maggioranza, definiscono le clausole di convivenza e garanzia dei diritti di tutti, e queste sono le clausole del contratto sociale di cui parlava Rosseau. La costituzione è la fonte di legittimazione politica, ma anche giuridica del potere di governo e legislativo.

Per la prima volta nella storia repubblicana si configura come reato una condizione di status, ed è in questo senso che viene aggredito il principio fondamentale della democrazia, il principio di uguaglianza. Il diritto penale si caratterizza dall’illuminismo in poi nelle codificazioni moderne prima ancora delle costituzioni come un sistema di divieti legittimati a prevedere come reati comportamenti che minacciano terzi, i codici legittimano il diritto penale sul principio di legalità in base al quale non si può essere puniti se non per un fatto previsto dalla legge come reato, per ciò che si è commesso e non per ciò che si è, l’identità viene garantita dal principio di eguaglianza che si fonda sul rispetto di tutte le identità (art.3 costituzione), senza distinzione di sesso, razza, lingua opinioni e religione. Quindi si è punibili per la commissione di un fatto: condizione di “materialità”. Le norme penali prevedono sanzioni come conseguenza di un comportamento predeterminato, in modo che le persone possano evitare di compierlo. Sono precluse (nel senso che il diritto penale non può sostituire “tipi”, non può penalizzare delle identità) norme costitutive in materia penale. Noi ci troviamo di fronte a una introduzione di un “rato di status”, ovvero lo status di “irregolare”, che non è solo oggetto di discriminazione, cosa che peraltro si verifica nelle democrazie avanzate dell’occidente, le quali hanno rinnegato questo principio di uguaglianza dello “jus migrandi”. E’ necessario ricordare che tale diritto naturale dello jus migrandi fu teorizzato intorno al 530-38 per sostituire i vecchi titoli di legittimazione della conquista accampati da Cristoforo Colombo, cioè “il diritto di occupazione” delle “nullius”, ovvero le terre di nessuno che in realtà erano legittimamente occupate dagli indigeni. Questa visione non tiene conto del fatto che era l’occidente ad occupare con i suoi eserciti e non viceversa, ora questo diritto a emigrare è ancora rimasto nella dichiarazione del 48 (art. 13) in quanto è diventato nel diritto internazionale classico una delle norme e consuetudini riconosciuta e compare anche nella nostra costituzione all’art. 35. Però essendosi capovolta l’asimmetria e sono i poveri del mondo a emigrare, questo diritto viene ora trasformato in una condizione di illegittimità.

Solo negli ordinamenti totalitari o fortemente autoritari venivano penalizzate le identità si pensi alla scuola nazista di Kiel, il quale teorizzò la punizione dei “tipi di autore”, vi sono “tipi umani” che corrispondono a delinquenti per nascita e lo dice la scuola positivista risalente a Lombroso; sono tipi di persone di per sé penalizzate, pensiamo alla penalizzazione delle streghe, degli eretici, o della penalizzazione di un’etnia, gli ebrei.

Quello che viene criminalizzato è lo status di straniero, a prescindere dal fatto che la legge Bossi-Fini ha reso impossibili, al di là delle sanatorie, l’ingresso regolare in Italia, generando una condizione di inferiorità, la persona può quindi essere vittima di soprusi di ogni genere, soprattutto dove vi è interesse ad avere manodopera a basso prezzo. Inoltre questo abbattimento del costo del lavoro si trasforma in una svalorizzazione generale del lavoro, perché in presenza di questo esercito che non costa nulla viene svalorizzato anche il lavoro interno. Ma ancor più grave è che si aggiunga alla condizione di clandestino la condizione di delinquente, dando via libera a quello che jung definiva “inconscio collettivo” che in questo caso diventa la rappresentazione grottesca di un problema socialmente costruito.

Ci troviamo quindi di fronte ad una insicurezza che è per lo più una costruzione sociale, politica e culturale. La criminalizzazione passa attraverso la costruzione dello stereotipo dell’immigrato come delinquente, questo è uno stereotipo razzista. Che poi una vita precaria da irregolare porti ad essere vittima delle organizzazioni criminali e a frequentare altri clandestini è scontato, lo si è visto quando gli italiani emigravano in America, cosa era il gansterismo quando si doveva andare a cercare un proprio paesano per poter sopravvivere, e quando la delinquenza era associata all’immigrato, si pensi a Sacco e Vanzetti vittime esemplari del razzismo legato all’immigrazione.

Cambia la natura stessa della democrazia, violandone gli stessi presupposti con una degenerazione del senso comune, che è formato in gran parte dal diritto. Il principio di uguaglianza è alla base della percezione degli altri che in quanto tali sono titolari di pari diritti e vengono forniti di “pari dignità sociale”, così come afferma la costituzione. Altresì la percezione degli altri come disuguali, inferiori giuridicamente perchè inferiori socialmente o naturalmente, alimenta la discriminazione giuridica, si pensi alla percezione delle donne come inferiori che è sempre stata alimentata dalla loro discriminazione giuridica nei diritti politici e nei diritti civili, dal fatto cioè che erano discriminate anche giuridicamente. La discriminazione giuridica dei nullatenenti, pensiamo ai diritti politici degli operai, dei non istruiti, era alimentata e generata precisamente dalla disuguaglianza dei diritti, che è sempre l’anticamera della discriminazione, non solo giuridica ma anche sociale, che ci permette di accettare perfino la morte delle persone disuguali che come dice Focoault ci consente di considerare naturale, accettabile che milioni di persone in forza della loro identità siano destinate a morire.

Non si può negare che stiamo assistendo ad una riemersione di fondamentalismi di diverso tipo, compreso quello che ha dato origine alle ultime guerre in cui la strumentalizzazione della propria ideologia crea incompatibilità tra i diversi fondamentalismi che sono ancora fattori di sviluppo delle diseguaglianze. In una concezione degli altri come diversi, come barbari. Le politiche discriminanti minano alle radici le nostre democrazie, e sul piano della sicurezza non potranno che consegnarci un futuro di guerra e di terrorismo. Questa è la lezione di Hobbes, c’è un nesso indissolubile tra democrazia, uguaglianza e laicità.

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