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QUEL MORTO È MIO E LO GESTISCO IO

settembre 12, 2013 • Mondo, z in evidenza

 

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                Dipinto di Reza Olia

 

Di Ennio Remondino

Quanti sono i morti in Siria e a chi ‘appartengono’? Nella gara tra assassini, la dimensione delle sofferenze. Ma i numeri non sono neutrali.

Anche i morti in guerra “appartengono”: ci sono i morti da esaltare e moltiplicare, e quelli invece da seppellire di nascosto. A subire montature e manipolazioni posso essere sia le “tue vittime”, sia le “perdite inferte al nemico”: dipende se in quel momento vuoi incassare pietà o incutere paura. Data questa premessa, le cifre che seguono sono comunque le più attendibili al momento. Fonte Onu, che poi garantisce poco o nulla. Memoria personale del macello bosniaco: 250 mila morti proclamati dalla Sarajevo assediata; 200 mila più o meno avallati dai Caschi blu Onu; 100 mila quelli realmente identificati e certificati 10 anni dopo la fine del conflitto. Numeri comunque da paura, ma il mostro guerra, oltre che ucciderti, arriva anche a strumentalizzare il tuo cadavere.

Secondo Anthony H. Cordesman, del Centro di Studi Strategici e Internazionali di Washington, la diatriba sull’uso delle armi chimiche in Siria diventa quasi risibile nella dimensione complessiva del dramma. Parliamo del reale livello di sofferenza della popolazione. Di chimica potrebbero essere morte 350 persone (il britannico Joint Intelligence), o le 1429 dichiarate dal segretario di Stato Usa Kerry. Numeri ballerini anche sui morti, ed è il gioco del cerino su chi li ha realmente utilizzati, ma in Siria accade ben altro. Nel balletto incredibile delle cifre delle fonti semiufficiali, a maggio le vittime sono arrotondate dai media (fonte una Ong siriana) a 100 mila. Le Nazioni Unite parlano solo del “numero minimo” di morti confermati a 7 mila al mese. Guerra di macelleria diffusa.

Evito, per repellenza personale, di soffermarmi sul numero presunto di bimbi assassinati. Ma è evidente che è in corso un drastico deterioramento nei modi del conflitto. Piccola parentesi dell’orrore sui fronti contrapposti: dati sostenuti dall’osservatorio siriano per i diritti umani. 110.371 vittime dall’inizio delle rivolte, nel marzo del 2011, sino a questo 31 agosto. Civili 40.146, compresi 5.833 bambini e 3.905 donne. Combattenti ribelli 15.992 tra cui: soldati e ufficiali disertori 2.128; combattenti ribelli identificato come non-siriani 3.730. Soldati regolari e ufficiali 27.654. Vittime non identificate 2.726. Comitati popolari di difesa, Shabiha e informatori pro-regime 17.824. Hezbollah libanesi 171. Non contabilizzati 9.000 detenuti e 3.500 soldati prigionieri dei ribelli.

Visitato il cimitero Siria parliamo ora di chi ancora campa, ma nelle condizioni peggiori. Nessun dato sui feriti (solitamente per ogni vittima almeno 3 feriti), mentre ingigantisce il numero dei siriani in fuga dal macello. Due milioni i siriani che si sono registrati come rifugiati nei Paesi confinanti. A fine agosto risultavano 110 mila in Egitto, 168 mila in Iraq, 515 mila in Giordania, 716 mila in Libano e 460 mila in Turchia. Circa il 52 per cento di questa popolazione sono bambini dai 17 anni in giù. A questi migranti forzati si debbono aggiungere gli oltre 4 milioni di sfollati all’interno della Siria. Dunque oltre 6 milioni di persone per la cui assistenza minima la comunità internazionale si mostra avara, anche se qualcuno si prepara a ben altri costi con missili umanitari.

Infine, una “spiata” utile. Secondo la CIA, la popolazione siriana è di circa 22,5 milioni. Di questi il 9 % è già di rifugiati fuori del Paese, e un 19 % è stato spostato all’interno: il 27 % di tutta la popolazione. Più di un terzo di loro ha meno di 14 anni. Popolazione giovane ma segnata in partenza da divisioni settarie ed etniche. Sempre la CIA stima che i sunniti musulmani costituiscono il 74%, altri musulmani (soprattutto alawiti e drusi) sono il 16%; le diverse obbedienze cristiane rappresentano il 10 %, e ci sono piccole comunità ebraiche a Damasco, Al Qamishli e Aleppo. Utile ricordare che per decenni gli alawiti hanno governato su una maggioranza sunnita di gran lunga più grande, mentre minoranze etniche come i curdi hanno subito gravi discriminazioni.

Cosa raccontano tanti numeri? Secondo gli analisti una vittoria Assad imporrebbe una costante repressione, e costi enormi per la sicurezza a gravare su una popolazione affamata. Una vittoria islamista estremista spingerebbe il Paese ad una versione anacronistica del Califfato del VI secolo. Una vittoria Assad sarebbe un incubo, ma lo sarebbe altrettanto la vittoria dei ribelli monopolizzati dagli estremisti che darebbero il via a feroci vendette contro gli alawiti e altri sostenitori di Assad. Esiste qualche alternativa allo schierarsi tra ipotesi interne catastrofiche e le bombe “umanitarie” americane? Ingenuità personale: imporre la fine alla guerra civile per poi discutere un nuovo inizio. Una pace negoziata, incentivi per realizzare questo obiettivo e aiuti alla Siria a recuperare.

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